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25 Aprile 1945

Scriveva nel silenzio della notte, con diciassette primavere ancora fresche nel cuore, l’anima divisa tra due paure antiche: il timore di togliere una vita e quello di perderla. Su quelle barricate, nel buio pesto, le loro esistenze s’intrecciavano come fili tesi sull’abisso.


Alcuni giacevano immobili, assaliti dall’ansia che consumava il respiro: morivano d’attesa. Altri, invece, cercavano nella trepidazione un motivo per restare aggrappati al domani: vivevano d’attesa. Ogni istante si dilatava, un’eternità sospesa fra il fragore muto dei pensieri e il tremito delle mani strette attorno al fucile.


Poi, all’improvviso, l’orizzonte si squarciò: un’alba diversa da tutte le altre. Quel 25 Aprile si portò via l’ombra e lasciò cadere, lieve, un bagliore di libertà sulle divise logore e sui volti stanchi. Il sole apparve come un sigillo di pace, suggellando la fine della paura più grande: l’illusione che un popolo non potesse rialzarsi.


In quell’alba nuova, le barricate rimasero vuote. Le paure, restituite al vento, si persero fra le macerie e gli abbracci. Quel giorno non cancellò il ricordo del buio, ma trasformò l’attesa in promessa: la promessa di un’Italia che, finalmente, sceglieva di vivere.


Packy

 
 
 

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